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«Il logo funziona ancora, no?» È la frase che sentiamo più spesso. E la risposta onesta è: dipende da cosa intendi per funzionare. Se intendi «si vede», sì. Se intendi «porta le persone giuste a bussare alla tua porta», forse no.

Il rebranding non è un capriccio estetico e non si fa perché ci si è stufati. Si fa quando il brand ha smesso di lavorare per te. Ecco i sei segnali che, nella nostra esperienza con aziende di prodotto venete e toscane, indicano che il momento è arrivato.

1. Attiri i clienti sbagliati

Il sintomo più sottovalutato. Ricevi richieste, anche parecchie, ma sono tutte fuori target: cercano il prezzo più basso quando tu vendi qualità, chiedono cose che non fai, trattano su tutto. Un brand posiziona anche escludendo. Se il tuo non filtra nulla, il tuo commerciale passa metà del tempo a dire di no.

2. Il prodotto è cambiato, il brand no

Hai investito in ricerca, hai aperto una linea nuova, sei entrato in un mercato estero. Il prodotto di oggi non è quello di dieci anni fa. Ma il logo, i colori e il tono di voce raccontano ancora l’azienda di allora. Il risultato è una promessa disallineata: il cliente si aspetta una cosa e ne trova un’altra: anche quando la seconda è migliore.

3. Sei diventato «uno dei tanti»

Metti il tuo materiale accanto a quello di tre concorrenti, togli i loghi e chiedi a un collega di indovinare quale sia il tuo. Se ci mette più di due secondi, il problema non è la comunicazione: è il posizionamento. Nei settori maturi (arredo, food, moda tecnica) la distintività è l’unica leva che non si può copiare in sei mesi.

4. Ogni reparto comunica a modo suo

Il sito dice una cosa, il catalogo un’altra, i social una terza, e la presentazione commerciale è un file PowerPoint del 2019 che nessuno osa toccare. Non è disordine estetico: è costo operativo. Ogni volta che qualcuno deve produrre qualcosa, riparte da zero e improvvisa. Ne abbiamo parlato in questo articolo.

5. Un passaggio importante è in arrivo

Passaggio generazionale, ingresso di un socio, acquisizione, quotazione, apertura di un mercato estero. Sono momenti in cui l’azienda cambia natura e il brand deve accompagnarla, non inseguirla. Farlo prima costa meno e comunica controllo; farlo dopo sembra una rincorsa.

6. Ti vergogni un po’ del tuo sito

Segnale poco scientifico, molto affidabile. Se quando mandi il link a un potenziale cliente senti il bisogno di premettere «guarda, lo stiamo rifacendo», hai già la risposta. E ricorda che sito e brand vanno progettati insieme: qui spieghiamo perché.

Quando invece NON serve un rebranding

Per onestà, i casi in cui ti diremmo di risparmiare i soldi:

  • Il brand è solido, la comunicazione è pigra. Se il problema è che non pubblichi niente da due anni, il logo non c’entra.
  • Ti sei stufato tu. Tu vedi il tuo marchio ottanta volte al giorno, il cliente otto volte l’anno. La noia non è un dato di mercato.
  • Vuoi risolvere un problema commerciale. Un brand migliore amplifica una proposta di valore; non ne inventa una che non c’è.

Rebranding non vuol dire buttare via tutto

La parola spaventa perché evoca il rischio di perdere la riconoscibilità costruita in trent’anni. Nella pratica, la maggior parte dei progetti che seguiamo è un lavoro di evoluzione: si tiene ciò che ha equity (un colore, una forma, un nome) e si rimette in ordine tutto il resto. L’obiettivo non è che i clienti non ti riconoscano più. È che ti riconoscano meglio.

Da dove si comincia

Da una conversazione, non da un preventivo. Se due o più segnali di questa lista ti suonano familiari, scrivici: ti diciamo cosa vediamo dall’esterno. Poi decidi tu.

Analisi

Il social network divide esiste?

Pierfilippo ArianoPierfilippo Ariano19 Aprile 2019