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In questi giorni, con mia grande sorpresa, mi sono ritrovato ad analizzare e valutare una buona quantità di curriculum e portfolio per selezionare una figura da inserire all’interno del nostro team.
Purtroppo la posizione aperta è soltanto una, pertanto dovrò selezionare la figura che meglio rispecchia il profilo di cui abbiamo bisogno. Questo mi ha portato a una profonda riflessione su aspettative, speranze e delusioni.

Infatti, prima di essere nella posizione di “selezionare”, sono stato a mia volta selezionato e/o respinto, per cui conosco bene la sensazione, ma è anche grazie a certe porte chiuse in faccia se oggi esiste questa Family.

La mia serie di fallimenti ed errori è ovviamente lunga, ma alcuni li ricordo molto bene.
Di certo non mi riferisco a quelli culinari (quella è una lista davvero infinita) o quelli nelle relazioni interpersonali, parlo esclusivamente di quelli professionali.
I fallimenti di cui tengo nota sono le idee sulle quali fantastico e che poi provo a mettere in atto, senza successo.
Sono i progetti presentati ai clienti e mai approvati.
I lavori iniziati e abbandonati (a volte nello stesso giorno).

Non tutte le idee creative si sono rivelate un fallimento. Alcune anzi, come Be.Family, si sono trasformate in successo.
Ma si sa: è sempre più facile ricordare le occasioni perse e le delusioni, invece che i successi e le soddisfazioni.

La maggior parte di questi fallimenti mi ha segnato solo per qualche minuto. Una manciata di queste, invece, mi hanno annientato per giorni.

Ma sai cosa ti dico?

Io sono contento.

Sono contento perché ho imparato.
Ho imparato cosa significa voler raggiungere di nuovo qualcosa – a tutti i costi.

Ho imparato che non ottenere ciò che vuoi veramente è molto più potente e stimolante di ottenere ciò che non desideri davvero.

A distanza di tempo gli errori si trasformano in lezioni da imparare.
Esaminare i fallimenti dell’anno passato può essere sgradevole, ma rinvigorente.
Un po’ come assumere le compresse di olio di pesce, ricche di Omega3 (amici a Oslo confermano che grazie a quelle escono in maniche corte senza prendersi il raffreddore).

Ora però ti racconto un po’ meglio che tipo di persona sono quando si tratta di lavoro e alcune situazioni che mi hanno schiaffeggiato e scosso in passato, ma che sono state fondamentali per imparare ad affrontare il prossimo.

Innanzitutto devi sapere che spesso alterno momenti in cui mi sento un genio creativo ad altri in cui mi sento del tutto incapace a fare questo lavoro. A dirla tutta, sospetto che anche altre persone creative si sentano così.
Per quanto utile sarebbe avere un equilibrio emotivo, penso che questo pendolo psicotico mi sia utile.
In qualche modo funziona: aiuta a mantenere l’autocontrollo e allo stesso tempo l’illusione di poter raggiungere obiettivi grandiosi. Ad esempio, quando si clicca il fatidico “Invia” per una candidatura che si desidera davvero, in quel momento si è convinti di meritarsi quel posto. Bene, questo secondo me è narcisismo, ma è giustissimo che sia così. Quando però non lo si ottiene? «Ciao, non valgo niente» – questo è quello che spesso ho pensato di me stesso dopo alcuni colloqui andati male o candidature respinte.

Il trucco è continuare a muoversi

Monitorare i fallimenti passati significa anche tracciare i successi futuri.
Ciò che non viene ricordato non viene fatto. Questo è uno di quei principi di produttività dannatamente veri. Quando ho iniziato a fare questo lavoro per la prima volta come freelance cinque anni fa, ho iniziato a caricare i miei progetti online e, a distanza di tempo, mi sono reso conto che tracciare i propri sforzi ti fornisce uno “storico” delle tue ambizioni e un modo per misurarti con te stesso. Perché mi sono tuffato di testa in un progetto senza garanzie? Come sono arrivato a tenere un talk a Oslo, a “editare” siti web per aziende o scrivere articoli per questo blog? Non ne ho idea! Ma ricordo chiaramente gli sforzi – quelli che hanno funzionato e quelli che non lo hanno fatto – per arrivarci, e penso: «Se l’ho fatto una volta, perché non posso farlo di nuovo?»

Qualche volta gli amici mi dicono «Fai un sacco di robe!» (il che potrebbe essere un complimento o un segnale che dovrei dormire di più, o forse entrambi). Vorrei spiegare loro che quello che vedono è solo una piccola parte dei miei tentativi effettivi. Certo, in passato ho vinto qualche concorso, ho aperto uno studio insieme ad altre persone, ma sono stato anche ignorato da grosse agenzie, respinto per un sacco workshop, licenziato da più di qualche cliente e molto altro.

Fatti un favore: smetti di aspettare approvazione
La maggior parte dei miei fallimenti sono stati i concorsi: mi candidavo e poi attendevo settimane per sapere i verdetto.
Nel nostro lavoro il feedback è prezioso e necessario per migliorare e allo stesso tempo l’attesa dopo l’invio di un progetto ti dà l’illusione di progredire, anche se non stai facendo nulla.
Quello che volevo veramente era l’approvazione di qualcun altro e una stellina d’oro che mi dicesse – *voce nasale* – «Bravo Pierfilippo, sei il grafico del mese».
Ma sai cosa succede quando aspetti che qualcuno ti dica che sei abbastanza bravo per fare questo lavoro? Niente. Letteralmente niente. Solo settimane di attesa e tempo perso.

S E I
S O L O
I N
A T T E S A

E questi momenti morti non te li restituirà nessuno, tantomeno ti aiuteranno a fare meglio il tuo lavoro.

Ogni fallimento è un mattone.
In tutti i sensi.

Potremmo dire, parafrasando Heidegger, che la madre della conoscenza e al tempo stesso lo stimolo all’azione è la delusione. Credo fermamente infatti che l’insoddisfazione generi reazione e azione.
Chi mi conosce avrà sentito questa storia ormai fin troppe volte, ma esprime al meglio tutto quello che ho scritto fino a ora: al termine della laurea triennale, nel 2014, io e un gruppo di amici abbiamo vinto il 1° premio di un concorso per una nota casa automobilistica che aveva l’obiettivo di promuovere e facilitare l’acquisto di auto usate. Per qualche mese, dopo la vittoria, siamo stati invitati agli eventi organizzati dall’azienda per presentare il progetto, che sostanzialmente prevedeva l’utilizzo di Realtà Aumentata per mostrare in anteprima all’utente l’auto usata che avrebbe acquistato online.

Tutto bellissimo.

Un giorno arrivò una telefonata a tutti noi dicendoci di presentarci a Milano presso l’agenzia Logotel, che segue (o all’epoca seguiva) la loro comunicazione per un colloquio, poiché stavano valutando nuove figure da inserire nel team.
Nonostante avessimo da poco intrapreso un nostro percorso da liberi professionisti, una tale opportunità ci sembrava incredibile.

Come potrete immaginare, non sono stato preso, ma a distanza di anni non posso che ringraziare i responsabili HR.
Ricordo ancora che durante il colloquio si parlò delle potenzialità della Realtà Aumentata e di quanto, secondo l’esaminatore, fosse una tecnologia che non sarebbe mai “decollata” poiché «sono dieci anni che se ne parla» (era il 2014).
Spero che oggi si sia ricreduto. 😉

«Dal punto di vista del visual i tuoi lavori ci piacciono, ma non sei abbastanza preparato nel marketing»

Queste le parole con cui mi congedarono. Nelle 4 ore di viaggio che mi separavano da casa (e a dire la verità ancora oggi) continuai a ripetermelo. Ero davvero deluso da me stesso.
Avevo fallito miseramente, non potevo accettarlo.

Il giorno dopo mi sono iscritto a un corso di Laurea Magistrale in Web Marketing e Digital Communication.
Dovevo colmare le mie lacune per non sentirmi mai più dire «Non sei abbastanza preparato nel marketing», e così ho fatto.

In quel corso di laurea ho conosciuto Marco e Niccolò, e pochi mesi dopo è nato questo studio.

Quello che sto cercando di dire è che ogni fallimento potrà in futuro rivelarsi un mattone con cui costruire la propria carriera lavorativa.
Potresti essere troppo vicino per vedere cosa stai effettivamente costruendo, ma finché continuerai a posare i mattoni, costruirai qualcosa.

Zygmunt Bauman nel suo libro “L’arte della vita” esprime un concetto molto interessante: quando ci impegniamo nell’autodefinizione di noi stessi, in realtà pratichiamo una “distruzione creativa“, grazie alla quale possiamo essere “un altro” rispetto a chi eravamo fino a quel momento. Questo modo di vivere, a detta di Bauman, promette di non subire mai una sconfitta finale, definitiva e irrevocabile, assicura che a ogni arresto o ritirata segua sempre una seconda possibilità di recupero, di “ripartire”, di ricominciare da “un nuovo inizio”. Il retrogusto amaro della sconfitta viene “distrutto” dalla dolcezza di nuove prospettive e dalle promesse che le accompagnano, non ancora messe alla prova.

Ecco cosa ho imparato in questi anni di fallimenti e che spero di ricordare per gran parte dei prossimi:
non perdere il controllo, non aspettare approvazione e incoraggiamento da parte di altri, non adagiarti sulle tue idee e magari non preoccuparti troppo. Fallo e basta.
Buon 2018.

Il fallimento ci attende.