
Rieccoci, è tornato l’articolo meno atteso di sempre in cui racconto le mie impressioni a caldo (neanche troppo visto che è passata quasi una settimana, ma sempre meglio dei soliti post LinkedIn tutti uguali, no?) sull’evento Supernova Agencies, organizzato da Wethod!
Innanzitutto, grazie ai ragazzi che ogni anno organizzano questo evento e permettono ad agenzie e professionisti di fare network, o quanto meno scroccare da bere e mangiare.
Le agenzie sono aziende strane tanto quanto le persone che le fondano e compongono, concordiamo?
Spesso, quando vado ad eventi di design, ho l’impressione di essere tornato a scuola: tutti stanno con gli amici che si sono fatti a inizio anno e tutta ‘sta voglia di allargare il gruppo non c’è. Ecco, in questo salotto di agenzie aleggia un apparente garbo in cui tutti sembrano pronti a collaborare, ma alla fine dei giochi la realtà è un po’ diversa.
Hai mai sentito dire «Eh è politica, fai questo così poi loro fanno quest’altro» e bla bla? Io però voglio fare design, non politica.
Arriviamo dunque al tema dell’evento, Competitive Cooperation, il cui scopo era riflettere su come la collaborazione strategica possa diventare una leva fondamentale per competere con successo nel settore delle agenzie.
Anche quest’anno il primo speaker è stato il Founder di @wethod, che ogni anno riesce a sorprendermi per la quantità di temi curiosi e complessi che riesce a raccontare con estrema facilità.
Tomas Barazza
L’intervento si apre con una domanda: «Sotto che condizione può emergere la competizione in un mondo di egoisti senza un’autorità centrale?» (Thomas, sono lento a prendere appunti quindi spero che fosse più o meno così).
Effettivamente lo spunto di riflessione è interessante: io penso ai miei interessi, tu ai tuoi. Quindi, perché collaborare?
Tra i vari esempi di collaborazione si cita il progetto di rockin’1000.
Un evento in cui 1.000 musicisti si sono ritrovati per suonare tutti insieme Learn to Fly dei Foo Fighters.
Tutto questo è stato possibile perché 1.000 persone hanno seguito uno spartito e dunque è stato “facile”, ma le cose vanno diversamente quando ciascuno “va per conto suo”.

Se tu e un amico foste arrestati, cooperando e decidendo di non confessare, avreste la possibilità di fare solo 1 anno in prigione, lo fareste?
Confessando, rischiereste di farvi almeno 5 anni. Secondo questo grafico le opzioni sono le seguenti:
- Nessuno confessa: 1 anno a tutti e due;
- Uno confessa, l’altro no: 0 anni di prigione a chi confessa, 10 anni di prigione a chi non lo fa;
- Entrambi confessano: 5 anni a tutti e due.
Il risultato è che tutti confesserebbero, perché non facendolo si potrebbero rischiare 10 anni di prigione.
Quindi, può l’egoismo dar vita alla cooperazione? E in quali circostanze? Un affascinante paradosso sociale mostra come la collaborazione possa nascere spontaneamente in contesti dominati dall’interesse individuale. Barazza ha portato alla luce i processi nascosti che trasformano le scelte personali in vantaggi comuni, oltre a strategie all’apparenza controintuitive che possono condurre a risultati inattesi. Un confronto tra algoritmi avvenuto mezzo secolo fa mette in discussione le nostre idee sull’egoismo e l’altruismo, offrendo una visione nuova delle dinamiche sociali, sia in azienda che al di fuori.
Cerchiamo quindi di trasmettere all’interno delle nostre organizzazioni l’empatia e insegniamo alle persone a prendersi cura degli altri.
Facciamo capire loro il valore della reciprocità.
Cosa mi porto a casa da questo intervento?
Ammetto che è difficile dirlo, sicuramente molti spunti e pure molte domande.
È ora del secondo intervento
Jacopo Romei
Head of garage (questo job title mi ha fatto sorridere)
@Startupbootcamp
Il suo intervento inizia così:
Tutte le ricette hanno l’ingrediente segreto
(Io lo so che vorresti sapere qual è quello del mio tiramisù)
Con Jacopo si esplora il concetto di collaborazione a partire dagli agrumi: quanti modi conosci per dividerti le arance con un amico?

Possiamo pensare di dividercele seguendo il numero, i kg o altri fattori.
Ma la vera domanda che dobbiamo porci è: a cosa ci servono queste arance?
Potrebbe essere che una persona abbia bisogno di fare una spremuta, mentre l’altra voglia fare dei biscotti all’arancia solo con le bucce.
Se fosse così, entrambe le persone potrebbero sfruttare il 100% delle arance a disposizione!
Questo concetto cambia il modo di vedere le cose.
Viviamo una una società in cui “prendere meno” significa “perderci” e invece basterebbe prima comprendere quello di cui si ha bisogno, per trovare il giusto partner con cui collaborare.
Un tema molto interessante introdotto da Jacopo è quello del frenemy ovvero, l’amico/nemico.
Non so se hai dei gatti, ma ti posso assicurare che sono degli str***i individualisti, eppure esistono le colonie feline! Perché?
L’ho chiesto a Sancho, il mio amichevole gatto (allego diapositiva dell’amichevole Sancho) e, da quanto ho capito, nonostante facciano a gara per accaparrarsi il cibo, i gatti si aiutano a pulirsi dove da soli non arriverebbero, ad esempio dietro la testa.

Nella società civile è lo stesso: nonostante abbiamo dei concorrenti nel mercato e cerchiamo di arrivare “prima di loro”, paghiamo tutti le tasse (più o meno) per avere infrastrutture comuni quindi, citando Jacopo, che esiste un grado di “frenemyship” nella vita di tutti.
La carriera di Jacopo inizia assieme al concetto di “open source” che a pensarci bene è proprio questo: professionisti che competono tra loro, aiutandosi e condividendosi allo stesso tempo segreti e risorse.
Da qui una riflessione: cosa cambierebbe nel mercato se io raccontassi come ho fatto le cose che ho fatto?
La condivisione delle conoscenze prevede:
- il racconto di cosa abbiamo fatto e per chi (questo crea dei precedenti negoziali);
- ci scambiamo segreti (abbiamo clienti diversi, quindi non è un problema svelarci segreti);
- lo sviluppo di un mercato migliore e più interessante (in cui competere);
- la condivisione dei nostri segreti a tutti, anche a chi non ne trarrebbe un reale vantaggio. Come si suol dire, “perle ai porci”. Regalare agli altri il proprio know how non significa che questi sapranno riprodurlo allo stesso modo.
E tu cosa saresti disposto a condividere?
Tocca poi a
Gabriele Salamone
Head of Creative & Art Director
@SBAM

Gabriele ci ha parlato di radical simplicity applicata ai processi (che poi vabbè, se vogliamo davvero semplificare potremmo iniziare togliendo gli inglesismi).
Il concetto alla base è che negli ultimi anni la collaborazione all’interno delle agenzie e degli studi creativi è andata oltre la semplice cooperazione tra team interni.
È un approccio che si è evoluto unendo creativi, account, agenzia e clienti.
Da sempre la qualità è frutto di una cooperazione (che poi a dirla tutta, cos’è la qualità? il rispetto delle scadenze? l’assenza di refusi? la qualità un termine così soggettivo che spesso sorrido quando sento parlare di “qualità”).
Negli studi e agenzie le figure che collaborano tra loro potrebbero essere:
- Art Director + Copy;
- Account + Creativi (che sono tipo cane e gatto);
- Agenzia + talenti esterni;
- Agenzia + cliente.
Queste collaborazioni fanno si che si possa aspirare al miglior risultato possibile, grazie alla combinazione armoniosa di tutte le parti coinvolte.
Quello che mi ha colpito di questo intervento è stata questa frase:
Perché non conta solo il COSA, ma anche il COME
Un concetto tanto semplice, quanto potente.
Perché è innegabile che il “come” lasci una traccia nel “cosa” e contribuisca ad attrarre altre persone con cui costruire qualcos’altro insieme.
Ma soprattutto spesso non ricordiamo che quando raccontiamo una storia dobbiamo tenere in considerazione quello che gli altri racconteranno a loro volta.
Dobbiamo dare valore perché quello che diamo ci tornerà indietro.
PS. Possiamo dire che i video fatti con l’AI con influenze k-pop sono proprio il classico contenuto che piace agli Art un po’ più “old school”?
E ora parliamo di “Vincere senza competere”.
Ammetto che suona come quelli che all’università prendevano 30 dicendo di non aver studiato.
Ce ne parla
Nereo Sciutto
CEO @Webranking
Che esordisce con
«Se non sei competitivo ti diverti di più»

L’intervento di Nereo ha toccato diversi punti che mi stanno davvero a cuore, tra cui il benessere dei miei collaboratori.
In questo intervento si è discusso di quanto le agenzie siano aziende speciali e di come sia fondamentale costruire una cultura aziendale.
In merito a questo mi soffermo un attimo e penso: ma i giovani designer cosa vogliono davvero?
Lo smart working (che poi per quasi tutti è remote, ma sorvoliamo) non basta più. Non può essere considerato un benefit (anche perché il benefit è pure per voi che risparmiate sui costi fissi). Quindi mi domando: è davvero sufficiente creare un posto di lavoro con un clima sereno, orari di lavoro flessibili e working from everywhere?
Webranking è stato premiato come great place to work e credo che i motivi vadano oltre alle cose elencate qui sopra.
Loro hanno il coraggio (e probabilmente la forza commerciale) per rifiutarsi di lavorare con alcuni clienti.
Questo senza dubbio ha un impatto positivo nel benessere mentale dei propri collaboratori. Tu hai mai preso in considerazione questa opzione?
Se la risposta è no, del tavolo da calcetto in Studio te ne fai poco.
Proseguiamo poi parlando dei sales, «la figura più sola all’interno delle aziende» secondo Sciutto.
Spesso queste figure vengono premiate (e stipendiate) a seconda di quanti lavori “portano a casa”, ma questa pratica (molto anni ’90 lasciatemelo dire) non può che portare a una situazione di stress e disorganizzazione interna.
I commerciali tenderanno a portare in agenzia più lavori possibili per vedere uno stipendio più alto, non curandosi troppo della qualità del cliente o del lavoro… o peggio ancora delle tempistiche!
Impariamo a non premiare i sales per obiettivo, ma premiamo l’impegno che mettono nel loro lavoro (anche quando non vincono le gare).
Grazie Nereo, da grande spero di essere come te.
E tu? Cosa rende la tua agenzia speciale?
Facciamo un tuffo nel futuro con
Simone Fogo
Head of Lab
@Aquest

Siamo nel 2024 e l’evoluzione tecnologica prosegue a una velocità vertiginosa.
Secondo le stime, nel 2030 il numero di strumenti che sfrutteranno l’AI quintuplicherà, passando dai 15 miliardi attuali a 500 miliardi.
Con una tale facilità di adozione persino il famoso “cugggino” potrà realizzare contenuti visivi (e non solo) professionali.
È proprio in questo panorama che emerge l’importanza dell’intelletto umano: il proprio background culturale, l’emotività e il continuo confronto sono e saranno gli elementi fondamentali per mantenere vivo il processo creativo.
Almeno per ora, tutte queste sfaccettature umane non sono riproducibili dalle macchine.
Che dici, è forse giunta l’ora di rispolverare le vecchie macchinette fotografiche a rullino e tornare ad apprezzare il tempo che richiedono le cose?
Anche noi abbiamo utilizzato strumenti di AI per creare contenuti per i nostri clienti, ma ciò che davvero mi domando è: non avremo nostalgia di quelle foto incredibili possibili solo grazie alle ore di lavoro di un set designer?
Sono onesto, il futuro mi spaventa.
Mi spaventa la perdita del valore che diamo alle cose ed ai piccoli momenti.
E sai cosa mi spaventa ancora di più?
Questo: Organic-digital intelligence
Sul sito si legge «Crescono, si adattano e imparano come noi».
Solo io ho la pelle d’oca?

Ma torniamo a parlare di agenzie insieme a:
Silvia Cantanuso
Art Director
@MAIZE

Sogghigno sentendo organizzazioni che si descrivono come ambienti di lavoro perfetti e privi di conflitti.
La realtà, purtroppo o per fortuna, è molto più complessa – come descritto anche da Anna Wiener nel libro La Valle Oscura.
In 15 minuti Silvia ci ha spiegato un approccio adottato all’interno di MAIZE tutt’altro che semplice, che però a quanto pare funziona.
I concetti alla base sono l’autonomia e la responsabilità distribuita.
Prima di tutto: leader, non capi
(questo mi fa pensare a quei simpatici post LinkedIn che capi con la C maiuscola scrivono autoproclamandosi “Leader”).
All’interno di MAIZE, da quanto ho potuto comprendere, ogni persona è Project Manager del proprio lavoro e ha la libertà di agire in autonomia e di prendere decisioni, accettando anche le responsabilità che ogni scelta comporta.
Seguendo questo approccio quindi, l’intelligenza collettiva dell’agenzia è direttamente proporzionale al grado di autonomia dei singoli.
Trasparenza e sovraccarico informativo
Uno dei valori di MAIZE è la trasparenza.
Tutti i membri del team devono comprendere il contesto in cui stanno operando, poiché solo in questo modo possono essere responsabili del proprio lavoro.
Tuttavia, l’accesso a un’enorme quantità di informazioni può portare a un sovraccarico cognitivo, pertanto si adottano alcuni strumenti (Slack, per citarne uno) con cui organizzano e filtrano le informazioni.
Autodeterminazione
A quanto pare all’interno di MAIZE, nessuno ti dice cosa fare… il sogno di ogni Junior!
In realtà si tratta del percorso di di crescita dei singoli. In questa agenzia ognuno è libero di cercare la propria strada e crescere come desidera.
È facile però che quando si ha troppa libertà ci si perda o non si sappia dove andare, per questo hanno introdotto la figura del Mentor, che raccoglie feedback dai colleghi e supporta il processo di crescita.
Ma quindi, se la struttura è orizzontale e io decido come voglio crescere all’interno dell’azienda, chi e come valuta le mie performance?
In MAIZE non viene valutato solo il raggiungimento degli obiettivi, ma anche l’impatto che ogni persona ha sui team e sui progetti condivisi. Questo valutazione viene effettuata da un comitato, che esamina le relazioni, le proposte di crescita e di retribuzione fatte dai Mentor.
In conclusione, l’approccio di MAIZE pare essere un buon equilibrio tra autonomia, flessibilità e collaborazione.
A tutti gli effetti un tentativo di costruire uno spazio di lavoro che valorizzi l’intelligenza collettiva, mantenendo la responsabilità dei singoli come elemento chiave.
Dopo l’intervento di Silvia e qualche biscotto di troppo durante la pausa caffè, riprendono i talk.
Sarà stata la stanchezza o forse l’abbiocco, fatto sta che i successivi relatori non mi sono parsi tutti brillanti come i precedenti.
Riprendiamo con
Andrea Farè
Partner
@Kopernicana
con un intervento intitolato Reinventing project based organizations.

Andrea ci racconta in breve come aiutano le agenzie e le aziende ad abbandonare modelli organizzativi centenari e chiudere gap rispetto a ciò che è possibile fare oggi con le tecnologie sociali ed informatiche disponibili.
Il contenuto che ho trovato più interessante, seppur non particolarmente illuminante, è stato come nelle aziende ci sia meno bisogno di:
- capi che comandino;
- gerarchia manageriale;
- competizione interna;
- pianificazione e controllo;
- richieste a cui forse verrà data risposta.
e al contrario, serva molta più:
- «purpose»;
- autorità distribuita;
- autonomia nella collaborazione;
- apprendimento evolutivo;
- default to open.
E, rileggendo questo punto elenco, sembra proprio che MAIZE stia andando nella direzione giusta.
Comunque non posso che pensare al mio biscotto della fortuna cattivo:

Ma andiamo avanti con
Enea Rossi
Co-Founder e Creative Director
@Adoratorio

Questo studio ha di certo dimostrato di sapersi distinguere per il proprio approccio, che pone le persone al centro di ogni processo creativo.
Questa filosofia entra in conflitto diretto col modello tradizionale che concepisce il lavoro a compartimenti stagni, in cui spesso i creativi e i tecnici sono isolati nelle loro funzioni.
È evidente invece come la creatività emerga solo quando ciascuno può essere libero di esprimersi e contribuire in modo autentico e sincero al progetto.
La chiave di questo processo creativo?
Senza dubbio l’ascolto
“Creare è per tutti, se sei capace di ascoltare.”
Chapeau!
Spesso ci si dimentica quanto importante sia saper ascoltare davvero, permettendo alle diverse prospettive di fondersi in una visione collettiva.
Un esempio di come Adoratorio mette in pratica la sua filosofia è il progetto intrusionproject.com, la vera storia di Alice, Radio Libera soppressa dalla polizia italiana il 12 Marzo 1977.
Questo sito è il risultato di idee e competenze diverse, in particolare di persone fuori dalla propria zona di comfort.
Adoratorio ci ha raccontato come ascolto e collaborazione permettono a ciascun individuo di fare la differenza.
Ma se vi dicessi che durante Supernova Agencies abbiamo parlato anche di Umberto Eco?
Lo ha fatto
Daniele Dodaro
Founder
@Squadrati
Non esagero dicendo che probabilmente è stato l’intervento che più mi ha divertito, merito del carisma dello speaker (che ha evidentemente studiato bene semiotica).
Hai mai pensato di utilizzare il quadrato semiotico come strumento per PR e content marketing?
Beh, questi ragazzi lo fanno, e anche molto bene.
Il tutto a quanto pare è iniziato analizzando i locali di Milano utilizzando il quadrato semiotico.

(Par che io sia un Radical Chic, e tu?)
Insieme a Daniele è stato divertente scoprire il quadrato semiotico creato per identificare le agenzie di comunicazione.

Gli aspetti presi in considerazione sono stati la proposta e l’approccio che le agenzie perseguono.
Molte si propongono a supporto delle aziende, mentre altre tendono a “vendere” una visione.
Alcune agenzie fanno leva sull’emotività, mentre altre hanno un approccio più pragmatico e razionale nella risoluzione dei problemi.
Il mondo delle agenzie di divide in:
- Architetti
bravi strateghi del mercato, creano progetti innovativi e rilevanti con un forte approccio consulenziale e razionale.

- Sognatori
fantasiosi e visionari, creano nuovi mondi e immaginari narrativi per affascinare le persone e farle sognare.

- Problem Solver
pragmatisti, mirano a risolvere i problemi pratici dei clienti e raggiungere il risultato applicando soluzioni e prassi consolidate.

- Mentor
grandi ascoltatori e sostenitori, aiutano i loro partner guidandoli in un percorso di sviluppo del proprio potenziale tramite un approccio collaborativo.

Noi ci sentiamo molto Mentor, e tu in quali di questi di riconosci?
Arriva il turno di
Federico Baccomo
Scrittore

Alessandro Manzoni ne sa più di Elon Musk?
Titolo interessante e irriverente, che tuttavia ci confessa non essere farina del suo sacco.
Insieme a Federico si sono toccati diversi temi ed ora sappiamo quanto Manzoni si divertisse a maltrattare i personaggi delle proprie opere.
Ed esattamente su questo ci porta a riflettere: al contrario di come avviene nella vita reale, nei libri le storie nascono dai problemi.
Le idee degli scrittori sono “i problemi”, perché senza un problema la storia diventa noiosa.
È la presenza dell’imprevisto, di un fatto che scombina i piani, di un tragico avvenimento che rende un racconto davvero interessante!
Passiamo dalle storie ai giochi e parliamo, per più tempo del dovuto, con
Lara Oliveti
CEO e Co-Founder
@Melazeta

Questo talk mi ha permesso di annotare diverse cose interessanti, tuttavia l’ho considerato abbastanza fuori tema, in quanto il focus era ben poco sulla collaborazione e competitività e molto sul gaming e su quello che l’agenzia di Lara sviluppa.
Per fartela breve, si è parlato di gamification: che cos’è e come funziona (se non lo sapessi, è un approccio che utilizza meccaniche di gioco in contesti non ludici per creare coinvolgimento).
Con l’avvento degli smartphone sono arrivati anche i famosi mobile games (ti ricordi Angry Birds e simili? Ecco). Oggi, questi strumenti vengono usati pure in contesti aziendali, cercando di rendere attività quotidiane più stimolanti e motivanti.
Riescono nel loro intento?
Io personalmente sono un po’ scettico. Sono davvero pochi i prodotti digitali che fanno un buon uso della gamification.
Tra questi io includo Duolingo.
Cosa ci portiamo a casa da questo intervento, o cosa secondo Lara dovremmo portarci a casa da questo intervento:
- Che gli elementi cooperativi nel gioco promuovono altruismo e collaborazione (we-intentions) – Sarà vero?
- Azioni individuali stimolano motivazione personale.
- Il piacere di aiutare favorisce obiettivi comuni, ma non necessariamente alle intenzioni collettive.
- Il Reward da solo non è sufficiente per guidare comportamenti individualistici – E su questo siamo tutti d’accordo.
- Gli obiettivi finali di gioco influenzano fortemente le intenzioni dei giocatori (cooperative o individuali).
- Esplicitare gli obiettivi cooperativi è fondamentale nel tradurre le caratteristiche del gioco in comportamenti cooperativi.
- Il modello di studio della ricerca è più efficace nel prevedere comportamenti cooperativi rispetto a quelli individualistici.
Anche quest’anno, a chiudere le danze, c’è
Giorgio Soffiato
Managing Director
@Marketing Arena
che anche questa volta ha illustrato le sue slide alla velocità della luce per recuperare il ritardo accumulato dagli speaker precedenti.
Durante il suo intervento Giorgio ci racconta il suo punto di vista su come stanno evolvendo – o come dovrebbero evolvere – le agenzie nell’immediato futuro.
Per quanto veloce, ho considerato questo breve speech uno dei, se non il più, valido in termini di contenuti e valore.

Si è discusso di traiettorie future, tensioni e strategie.
Partiamo dalle prime:
- Da presenza (da me) a esperienza (per te)
- Da algoritmo ad algebra
- Da target ad audience
- Da tecnologia ad arte + scienza
- Da celebrità a intimità
- Da lusso a stealth wealth
- Da purpose a verità
- Da globale a iper locale
- Da brand a patto
- Da edutainment a saggezza
- Da storie a prodotti narrati
- Da fidelizzazione a (ri)scegliersi ogni giorno
- Da commerce a curation
- Da paid a new natural
- Da attribuzione a incrementalità
- Da dato a opportunità
- Da stack a beast
- Da aziende a sistemi
- Da TAM a PMF
È evidente come, osservando queste previsioni, la tendenza sembri essere sempre più verso un rapporto umano con i propri interlocutori.
Le agenzie non dovrebbero più costruire narrazioni di marca, ma chiedere alla marca quali sono le sue verità.
Cavalcare queste traiettorie potrebbe aprirci a oceani blu.
Parlando poi di tensioni nel mondo degli studi creativi, ne possiamo osservare diverse:
- Strategy — Execution
- PM — Account
- Full remote — Tutti in ufficio
- In-house — Outsourcing
Sciogliere queste tensioni, aiuterà a rendere più fluida la nostra organizzazione.
La vera sfida sarà cavalcare il cambiamento portato dall’A.I. e dalla trasformazione dei canali i comunicazione: ridefinire come collaboriamo, innoviamo e creiamo valore per i marchi in un mondo in cui i Social Network potrebbero non essere più il cuore della conversazione.
Per quanto riguarda le strategie, gli spunti sono stati molteplici:
Appare dunque evidente che non potremmo fare nulla di tutto quello di cui si è discusso fino ad ora senza la strategia.
Siamo giunti così al termine di questo evento.
Cosa mi porto a casa?
Poche ma importanti consapevolezze:
- l’AI potrebbe non essere la soluzione definitiva e forse varrebbe la pena pensare di lasciarla da parte;
- le organizzazioni sono fatte di persone: ascoltale e valorizzale;
- regaliamo valore agli altri, affinché questo ci possa ritornare.
Comunque bello eh raccontarti tutti i talk, ma il prossimo anno mi limito al post motivazionale su LinkedIn.



