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Alzi la mano chi ha dovuto chiedere al cliente di rimandare la foto con qualità maggiore di 45 kb!

Quante cose appaiono ovvie ora, ma la prima volta in cui ti sei imbattuto in loro non hai potuto dire altrettanto.

Il “buon senso” arriva solo con l’esperienza, e sai di averla raggiunta quando per prendere una scelta non servirà analizzare con minuzia la situazione.

È bene tener presente questo concetto anche quando si parla di app, poiché non sempre la scelta più sensata per il progettista si rivela anche la più chiara per l’utente.

Veniamo ad un esempio concreto, parlando dei menù ad hamburger, tanto cari a coloro che vogliono rendere l’interfaccia pulita.

Soppiantare l’ormai consolidata barra di navigazione non porta sempre al risultato sperato.

«Discoverability is cut almost in half by hiding a website’s main navigation. Also, task time is longer and perceived task difficulty increases.»

(Nielsen Norman Group, 2016)

Vari monitoraggi hanno riscontrato un calo nel coinvolgimento degli utenti quando l’app utilizza un menù ad hamburger.

I fatti sono questi, bando alla disperazione e capiamo il perché.

Per comprenderne le cause, è necessario porsi un’ulteriore domanda:
a cosa serve la barra di navigazione?

Beh, a presentare le possibilità dell’app!

Più si mostra, più l’utente è spinto all’utilizzo. Sullo smartphone poi, la barra di navigazione (che compare in basso) risulta più ergonomica rispetto al distantissimo menù ad hamburger che si trova lassù, in alto a sinistra. Nello schema che segue, vengono evidenziate in rosso le zone più raggiungibili dai nostri bei pollici. Ti lascio qualche minuto per fare la prova, sappi che sei un malfidente 😏.

Certo è che non sempre sarà possibile utilizzare un’opzione anziché un’altra. In questi casi, si possono celare dietro al mitico hamburger 🍔determinate funzioni e palesare le più importanti in barra. Oggi si progetta mobile first, partendo dalle condizioni più ostiche, ma quando si adatta al formato desktop è obbligatorio proporre la miglior soluzione possibile.

Un altro esempio di ovvietà non tanto ovvia risiede nelle ICONE.

Per un progettista di interfacce mobile, utilizzare un’icona per risparmiare spazio risulta davvero soddisfacente; l’interfaccia sembrerà così pulita e ordinata.

Tuttavia, l’utente ha meno a cuore queste questioni e giudicherà l’efficacia dell’app durante lo svolgimento di un compito.

Le icone ci vengono in aiuto laddove ci sia poco spazio o sovrabbondanza testuale, ma a che prezzo?

Prendiamo l’interfaccia di Photoshop: lazo, matita, gomma… ma altre icone ti sono rimaste un mistero, sin dal primo utilizzo.

Soprattutto per indicare azioni o cose astratte, le icone possono risultare inefficaci.

Nell’app di Gmail la casella con la freccia verso il basso significa “archivio”, non “download”. Ma dai!

Il fatto che un pulsante contenente testo non abbia mai bisogno di suggerimenti grafici è un chiaro indizio del fatto che il testo risulti più efficace delle icone. Per cui, quand’è possibile, meglio affiancare alle icone una parte testuale che ne chiarifichi lo scopo, producendo una combo inequivocabile che attira l’attenzione.

Un’inutile ripetizione? Google Translate ha incrementato l’utilizzo del +25%, dopo aver aggiunto il testo ai suoi simboli!

A onor del vero ci sono alcune icone che si possono usare anche senza un’etichetta: il cestino per l’eliminazione o la lente d’ingrandimento per la ricerca, per esempio. Ma anche la funzionalità di quell’icona può differire. A volte significa “zoom” o “anteprima”.

La cosa principale da tener a mente è che il numero di icone universalmente comprese è molto meno di quanto pensiamo, QUINDI smetti di usare le icone per risparmiare spazio.

 

Vuoi trovare risoluzione al dubbio, vuoi capire DAVVERO se qualcosa risulterà ovvio? La risposta è lapalissiana: come insegna il buon vecchio Galileo, occorre osservare un utente (in target) per testare l’interfaccia.