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Ve la ricordate anche voi la matita rossa e blu che impugnava la maestra nel momento della correzione? Segno rosso, errore poco grave, segno blu, errori gravi e gravissimi! Si tende sempre a stigmatizzare, reprimere e punire l’errore.
Che fastidio e che disagio quando si viene messi di fronte alla propria imperfezione, resa evidente proprio tramite la commissione dell’errore.
Tempo fa Paolo di Stefano ha scritto sul Corriere della Sera:

“L’errore aiuta a crescere, specie se è figlio della curiosità, cioè
della voglia di conoscere, quella di Ulisse. Perché non si può negare che spesso
le grandi imprese, come si diceva, sono figlie di una svista, di una distrazione.
In fondo, Dante apre la Commedia con questa ammissione.
Se avesse proseguito sulla diritta via, niente visione
celeste per lui, e niente capolavoro per noi”.

Quando si parla di serendipità… s’intende proprio la fortuna di fare felici scoperte per puro caso, oppure la capacità di riconoscere e saper cogliere ciò che ci capita in modo del tutto casuale.

Tutti cercano la perfezione in ogni cosa, sui social siamo tutti dei “perfetti instagrammer”, tutti si copiano, si ripetono e ciò che ne consegue è un senso generale di omologazione.
Che noia!

Sbagliamola una foto ogni tanto! Errare humanum est. Non lasciarti sopraffare dalle insicurezze, sono tra le tue più importanti risorse! Corri il rischio di non piacere.
Una miriade di idee brillanti sono state inizialmente rifiutate: quanti ristoranti hanno sbattuto la porta in faccia al Kentucky Fried Chicken del colonnello Sanders, per non parlare dei dodici editori che hanno negato la pubblicazione al primo libro di Harry Potter.

Le idee originali non risultano sempre popolari nell’immediato.

Dicono che sbagliando s’impara, e se ora vi dicessi che certe volte l’errore premia? In particolari circostanze uno sbaglio può portare alla produzione di qualcosa di unico ed irripetibile. Lo sapevate che in “Cenerentola” di Perrault, la scarpetta doveva essere fatta di pelliccia? Una svista tipografica ha fatto sì che vaire diventasse verre, per cui generazioni di bambine hanno sognato un decoltè di vetro, anziché una ciabatta pelosa.

 

 

“Perfection is not really a good starting point for creatives.
[…] Mistakes bring you to another perspective
and maybe bring you to your next idea.”

 

Questo è il pensiero di Erik Kessels, uno degli outsider che prova a cantare fuori dal coro, e ci riesce piuttosto bene.

Per chi non lo conoscesse, Kessels è un designer-pubblicitario-artista-gallerista-editore-fotografo, classe 1966. Il suo studio Kesselskramer si trova ad Amsterdam, in una chiesa gotica sconsacrata e rappresenta un esempio per le agenzie pubblicitarie di tutt’Europa dal 1975. Lui si distacca dalla regola senza preoccuparsi di “non essere come gli altri ci vogliono” e l’ha dimostrato sin dal suo primo incarico professionale. Che avreste fatto voi al suo posto, se vi fosse stato chiesto di promuovere il peggior albergo della città? A proposito dell’hotel Brinker, Kessel asserisce:

“Il posto più terrificante che avessi mai visto. Il proprietario non aveva
alcuna intenzione di migliorarlo, semplicemente si era stufato
di lamentele. […] La sincerità era l’unico lusso
he quell’albergo potesse permettersi”.

Cosa fare, quindi, quando non c’è più spazio sotto la polvere sotto al tappeto trasborda? Semplice, si perlustra tutta Amsterdam alla ricerca di cacche di cane su cui piantare una bandierina con su scritto “questa la trovate anche davanti al nostro portone”.

Non sto scherzando, e non è finita qui! Gli slogan della bizzarra campagna di Kessels recitavano “Offerta speciale, un letto in ogni camera!”, “Nessun supplemento per lo sciacquone”, “Non potreste dormire peggio, ma noi faremo uno sforzo”, “Colazione scarsa? Mangia la tovaglietta”, “Da anni i migliori nell’ignorare le vostre lamentele”.

Chi non vorrebbe soggiornare in un albergo dove saponetta, phon e shampoo sono sagome da ritagliare da un foglio di carta. Effettivamente arrivarono un sacco di lamentele, ma non per le ragioni che state ipotizzando… i clienti (che per la cronaca, triplicarono) si aspettavano un soggiorno ben peggiore di quello pronosticato!

Questa non è stata che la prima di varie azzeccate scommesse: dopo aver preso in esame la ricerca di Joachim Schmidt (Balingen, 1955), anziché scattare nuove foto, Kessels ha deciso di collezionare per vent’anni foto “sbagliate” e di trasformarle in inediti ready-made visivi.
Un Duchamp contemporaneo insomma, che preferisce concedere una seconda opportunità ai vostri errori fotografici, anziché elevare ad opera d’arte ruote ed orinatoi.

Qualcosa di inaspettato sarà sicuramente molto più memorabile della perfezione.
Guardare alle cose da un punto di vista nuovo e fresco permette di scorgervi un nuovo potenziale, nulla limita la creatività più che aggrapparsi all’ordinario. Forse troverete anche un vostro scatto in Failed iT!(edito da Phaidon), un’antologia di 168 pagine che cambia la percezione del bello, ci spinge ad abbandonare per un attimo la ricerca della perfezione e a lasciarci sorprendere dall’inusuale. Come si può già intuire dalla copertina a rovescio, al suo interno troveremo cani troppo neri per essere fotografati, balconi senza porte d’accesso e miriadi di dita davanti all’obiettivo. Ne volete vedere di più? Nessun problema, Kessels ha dedicato loro un libro intero, “L’invasione delle dita giganti”.

 

 

Avere una svista è normale; ripeterla due volte è disattenzione; già alla terza volta non si è più scusabili, ma reiterare lo stesso sbaglio più e più volte può risultare un approccio geniale!
Kessels ci esorta a giocare con l’ordinario per generare lo straordinario, senza preoccuparsi di ciò che stiamo stravolgendo ma pensando a quello che stiamo creando. Sbagliare è ciò che ci rende via via migliori; senza errori, rimaniamo nella mediocrità. Il fallimento non ci sarà fatale, anzi.

Se vi siete innamorati di questo personaggio, allora vi interesserà sapere che l’11 maggio terrà il suo workshop “Magnifici fallimenti” a Fabrica.
Provate a dirgli che perseverare nell’errore è diabolico!

 

Ever tried.

Ever failed.

No matter.

Try again.

Fail again.

Fail Better.

Samuel Beckett